Arctic Recensione

Titolo originale: Arctic

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Arctic: la recensione del film con Mads Mikkelsen diretto da Joe Penna presentato al Festival di Cannes 2018

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Arctic: la recensione del film con Mads Mikkelsen diretto da Joe Penna presentato al Festival di Cannes 2018

Film con gli squali. Film coi sottomarini. Film coi vichingi. E, forse soprattutto, film d’ambientazione polare (artica o antartica fa poca differenza).
Sono tutti sotto-generi per i quali ho una naturale inclinazione, e per i quali non vado troppo per il sottile, accontentandomi anche dell’occasionale - ma nemmeno troppo - guilty pleasure.
Arctic, però, è un film talmente incolore (è non c’entra il bianco della neve) da non riuscire a subentrare in quest’ultima, specifica e liberatoria categoria.
Che poi, per carità, il survival movie è un genere che ha la sua dignità, e Mads Mikkelsen, protagonista assoluto e praticamente unico di questa storia, è anche bravo: solo che vederlo faticare e compiere gli stessi gesti per 97 minuti, e alle prese con una serie di sfighe che pare inesauribile e che ben presto sfiora anche il ridicolo, metterebbe a dura prova la pazienza del più ostinato e caparbio degli appassionati.

Senza entrare in dettagli, per coloro i quali che si vorranno arrischiare a seguire il periglioso travaglio di Arctic, basti dire che il povero Mikkelsen, precipitato da solo al Polo Nord, ed evidentemente da giorni alle prese con la lotta per la sopravvivenza in condizioni estreme, ha molto presto l’occasione di vedersi salvato da un elicottero. Che però gli precipita davanti agli occhi, lasciandogli in eredità una giovane donna gravemente ferita alla quale accudire. E allora cosa fai? Non molli il tuo rifugio, perché tanto lo sai che a salvarvi non verrà più nessuno, e non ti metti in marcia verso la base più vicina, distante giorni di cammino?
Da lì in avanti, tutto quello che potrà andare male, ci andrà. Ma proprio tutto, tra mappe sbagliate e orsi polari, fino a un finale scontato e retorico, preceduto da prefinale moralista, con punizione divina per il protagonista, quando gli scappa un perfettamente comprensibile istinto di sopravvivenza in chiave egoistica.
Certo, il succo di Arctic è tutto lì, nella storia di un uomo e del suo altruismo quasi scriteriato: però, ecco, le ovvietà rimangono ovvietà.

D’altronde c’era già qualcosa di strano nel fatto che il regista esordiente, tale Joe Penna, volesse girare un film polare pur essendo brasiliano. Quel Penna che non azzecca un approfondimento, o forse non lo cerca nemmeno. E non pare nemmeno interessato a sfruttare, pur rimanendo nei confini del cinema di genere, tutto il potenziale mistico-metafisico delle ambientazioni polari - peraltro ricreate in Islanda con dubbi risultati - solitamente garantiscono.  
E allora, Arctic è il film durante il quale inizi farti domande che non ti dovresti mai fare, durante un film del genere. Domande relative alla plausibilità tecnica, medica e fisiologica di quanto vedi sullo schermo, che forse c’è anche, ma che è raccontata in maniera così rabberciata da fartele venire in mente lo stesso.
Ed è il film che, quando entra in scena l’orso polare, non si sa bene perché ma ti aspetti sia accompagnato da Licia Colò e dalle sue caramelle.
A pensarci bene, qualche sospetto a monte era più che legittimo, su film che si chiama - c più, c meno - come la vodka da supermercato con la quale gli adolescenti assaggiano le prime sbronze.

Arctic
Trailer Ufficiale del Film - HD
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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